QUARATICA, IL PAESE DEGLI ARCHI E DELLE GALLERIE

 QUARATICA, IL PAESE DEGLI ARCHI E DELLE GALLERIE
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Mille anni o quasi vissuti in silenzio. La storia pare si sia accorta di Quaratica soltanto in un paio di occasioni, citandola tra i vassalli di Carpena nel 1208 (patto di sottomissione a quella borgata) e nel 1251.
“In quest’anno - scrive Ubaldo Mazzini nella sua “Storia del Golfo della Spezia” - furono rinnovati i giuramenti verso il Comune di Genova da Giovanni della Turca, signore di Carpena, e furono ratificate le franchigie concesse alle comunità. Il 4 settembre dello stesso anno gli uomini di Castè, Biassa, Montenegro, Fabiano, Coregna, del Montale, del Debio, di Quaratica e del Pozzello giurarono obbedienza alla Repubblica e al nobile Giovanni della Turca, e furono ricevuti in compagnia del Comune genovese”.
Con Carpena il borgo di Quaratica avrà sicuramente diviso gli effimeri periodi di pace e vissuto le tumultuose vicende conseguenti a ripetute violazioni dei patti sottoscritti da Carpena con la Repubblica genovese, sino alle ribellioni, l’ultima delle quali conclusasi tragicamente nell’aprile 1412 con la distruzione, da parte delle truppe genovesi del capitano del popolo Antonio Doria, del castello di Carpena e la carneficina dei suoi difensori.
Frequente, insomma, il soffio di venti di guerra, come se non bastassero le preoccupazioni nella vita grama delle ordinarie giornate. Le popolazioni erano essenzialmente contadine e dovevano misurarsi, come nel caso di Quaratica, con la natura del suolo arida e sassosa, avara di frutti.
Un illustre etnologo, Giovanni Sittoni, ci offre di Quaratica un’immagine miseranda a cavallo tra ‘800 e ‘900. “A Quaratica – egli scrive - si vive in una pura arcaicità; un gruppo di casolari ammucchiati in alto, sul fianco della montagna, accoglie da secoli gli autoctoni.
“Quaratica è la terra degli archi. Attraversare il suo acciottolato dà l’impressione di percorrere una galleria. I vicoli ciechi laterali hanno l’aspetto di caverne. Questi vicoli bassi, pur essi a volta, stretti, umidi, privi di luce, sembrano a prima vista ciechi, ma si aprono lateralmente ed in più punti e si continuano laggiù nell’oscurità per serpeggiare nel ventre dell’ammasso di casupole, determinando alla rinfusa stalle, abitazioni, comunicazioni col bosco. Internandovisi, si sente la catacomba. Ciò non è certo una caratteristica di Quaratica: l’anima ligure non si è manifestata qui con maggior originalità che altrove. Tanto in queste costruzioni in pietra quanto nell’agricoltura, praticata nei fianchi e sulle pendici dei monti per mezzo di terrazze costrutte con molta fatica dai tempi più antichi sino ad oggi, si sente sempre ed egualmente una marcata tendenza fisica verso il lavoro”.
Come in altri borghi anche vicini (ad esempio a Valdipino), si ha il frazionamento dell’insieme. Nella fattispecie abbiamo tre porzioni: paese di Fondo, o Ca’ nova; paese di Mezzo (tra la Zia Ota e il Gurpà); Sèrsa, il quartiere più in alto. Parola misteriosa? Non diremmo. La voce dialettale quaratichese “esèrsa” – è nostra ipotesi – corrisponderebbe a “eccelsa”, che significa appunto la più alta, la superiore. Tale rione comprendeva l’antico oratorio di San Rocco, diventato nel 1924 chiesa parrocchiale.
Osserviamo un fenomeno curioso, che s’inquadra nei secolari rapporti fra le popolazioni costiere e quelle dell’immediato hinterland. Sul versante di Quaratica si è manifestata, nel corso del ‘700 e dell’800, una consistente “presa di possesso” da parte dei riomaggioresi, che mettevano a frutto i ricavi dal commercio del vino acquistando appezzamenti boschivi, importanti nell’economia familiare perché non soltanto davano le castagne, ma pure travi e travicelli per tetti e solai, e paletti e forche per la vigna. Meglio ancora se la porzione boschiva comprendeva qualche rudere, facilmente adattabile a seccatoio per le castagne (la legna da ardere era sul posto). Scavalcato il crinale, i riomaggioresi sono scesi a valle sino a sfiorare la carrozzabile Aurelia.
Toponimi tuttora esistenti confermano possedimenti dei casati di Riomaggiore.
Troviamo “Ca’ de Chenin” (casato dei Bonanni); “Ca’ de Calassu” (casato dei Fazioli: una casa al limitare del bosco ed una addirittura in paese); “Ca’ de Giardu” (Giardi, un casato dei Franceschetti); Ca’ de Dumè “ (casato dei Gasparini); Ca’de Zanèlu” ( Sanèli, altro casato dei Gasparini). Eppoi “u boscu de Marcotu” (casato dei Marcotti) ; u boscu de Luanè (casato dei Bonanini). Infine abbiamo un casato dei Franceschetti (i Passòn) con trapianto a Quaratica in casa Bonati quando Maria Franceschetti (chiamata “a Maìa Bèla d’ii Passòn”) convolò a nozze con Umberto Bonati. E nella casa contigua si trasferì da Manarola Maria Crovara, andata sposa ad un altro Bonati, Francesco (casato Bunatìn), contadino e artigiano, che nella prima metà dell’800 andava a vendere corbe e paniere, per il trasporti dell’uva, al Groppo e a Manarola. A quel tempo nelle Cinque Terre l’uva abbondava e le botti traboccavano. In seguito, trasmise il mestiere al figlio Agostino, a sua volta pendolare a Manarola a vendere corbe e paniere. Negli anni intorno al 1870 portarono inoltre a Manarola fasci di polloncini d’ornello, ben stagionati, che servivano quali manici di picconi e pale per gli operai impiegati nella costruzione della ferrovia.
Tante conoscenze e tanti amici, per uno dei quali, Costantino Rollandi, il giovane Agostino
fece da padrino al battesimo della prima figlia. Lo troviamo citato in uno straordinario diario lasciato da Costantino, un assemblaggio di appunti su avvenimenti grandi e piccoli, piacevoli e tragici, a cui lo scrittore e storico Attilio Casavecchia mise ordine alcuni anni or sono traendone un piacevolissimo volumetto.
Nelle annotazioni di Costantino Rollandi, molto spazio è riservato al tema agricolo: i lavori nel vigneto, la vendemmia, la vinificazione, la vendita del vino ed i prezzi di volta in volta praticati dai sensali, i quali talora si presentavano quando la nuova vendemmia era imminente ed in cantina c’erano forti giacenze di vino della precedente annata. In tal modo i contadini, per necessità, vendevano a prezzi irrisori.
Erano i tempi delle vendemmie che duravano non un paio di giorni come adesso, ma quasi due mesi, con portatori d’uva a giornata, giovani e ragazze, che venivano per lo più dalla Val di Vara. Un’occasione per fare amicizie anche di lunga durata. Ragazze di Manarola che ospitavano coetanee di Quaratica in aiuto per la vendemmia, restituivano la visita nel periodo di carnevale, poichè a Quaratica si poteva ballare. E poco importava se la pista era un solaio ad uso fienile sopra la stalla delle pecore. Pur con la neve, a volte, scarponi ai piedi e scarpette “delle feste” avvolte in un fagotto, affrontavano il viaggio attraverso i monti.
Nella bella stagione si danzava invece all’aperto, in uno spiazzo ricavato nel castagneto, chiamato “u balu”. In paese c’è chi conserva, incorniciato, uno straordinario cimelio a proposito di una di tali feste campestri, in data 21 maggio 1933. Nel permesso rilasciato dal Questore della Spezia, alcune prescrizioni strappano un sorriso: “Le danze non devono aver luogo in ricorrenza di festività religiose, le quali non devono essere in alcun modo turbate. Deve essere rispettata la morale e il buon costume; le donne debbono essere vestite decentemente ed i minori di anni 21 debbono essere accompagnati dai genitori o da persone di famiglia. Durante il ballo deve essere sempre presente la Forza Pubblica; è vietato lo spaccio di bevande alcoliche e le danze non possono protrarsi oltre le ore 24”.
Vanto di Quaratica è stata, per mezzo secolo, la Società Filarmonica, costituita nel 1902, il cui statuto recitava all’art.1 “a decoro del paese e per l’impulso delli giovani”. Era composta da paesani d’ogni età, con curriculum scolastico limitato a qualche anno di elementari, tuttavia diventati, con buona volontà e sotto la guida di un bravo maestro (di cui gli allievi si accollavano vitto, alloggio e compenso per qualche lezione serale) eccellenti conoscitori della musica. La Filarmonica si fece presto un nome. Era chiamata a tenere concerti in vari paesi della Val di Vara e della Riviera e pure nella città della Spezia. Salì agli onori delle cronache quando conquistò il quarto posto, su venticinque partecipanti, a un concorso bandistico tenutosi a Lerici sotto la regia dell’insigne maestro Cortopassi. L’attività venne sospesa quando alcuni giovani componenti dovettero lasciare lo strumento per imbracciare il moschetto, mandati a combattere la guerra d’Africa. Riprese nel 1935 e lentamente cessò nei primi anni ’50.
Un concerto speciale fu dato in paese nel 1911, in occasione del 50° dell’unità d’Italia, per festeggiare una mostra nazionale a Roma, dedicata agli usi ed ai costumi, nella quale figurava pure l’abito maschile di Quaratica. Era stato raccolto, su incarico dell’etnologo Lamberto Loria, dal capitano dei bersaglieri Raimondo Zamponi, mentre Giovanni Sittoni raccolse l’abito femminile di Valdipino. I due abiti sono tuttora nella capitale, conservati nel Museo nazionale delle arti e delle tradizioni.
Era il periodo in cui il paese era intensamente popolato: circa 230 abitanti, quasi tutti dediti ai lavori agricoli. Negli anni ’50 del Novecento inizia un progressivo calo demografico, con abbandono della campagna. Attualmente i residenti nelle tre vie che attraversano il borgo, via San Rocco, via dell’Agostina e via Matteotti (la strada carrozzabile arrivata a inizio anni ‘60) risultano per l’esattezza sessantotto, di cui appena un terzo autoctoni. Rarefattosi il numero dei quaratichesi doc, è in declino, ovviamente, anche la loro parlata. Come in tutti i paesi che hanno subito una profonda trasformazione sociale anche qui la lingua originale, nata ben prima dell’italiano, fatalmente si va estinguendo. Rimangono per fortuna gli archi e le gallerie che continuano a raccontare la storia di una piccola comunità per tanti aspetti davvero singolare.

Nella foto particolare del borgo di Quaratica



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